Quaresima, tempo di sobrietà Il cammino quaresimale e l'invito di testimonianza per i sacerdoti

Il cammino della Quaresima ci offre ogni anno la possibilità di confrontare la nostra vita, le nostre abitudini e le nostre scelte quotidiane con il cammino del Signore verso Gerusalemme: un cammino fatto di sacrificio, di dono di sé, di un amore incondizionato verso tutti, anche verso il nemico, il traditore, l’aguzzino. Un cammino di umiltà e spoliazione, di accettazione della volontà del Padre

La logica del sacrificio

Il sacerdote, chiamato a rinnovare il sacrificio di Cristo nella celebrazione dell’Eucaristia, può attingere dal mistero celebrato la grazia di poter vivere la propria vita sacerdotale in modo sempre più conforme al sacrificio del Signore, nel dono di sé agli altri, alla comunità e alla Chiesa.

Vivere il cammino quaresimale significa entrare nella logica del sacrificio, del dono di sé per amore. Una logica non sempre facile da vivere. Eppure racchiude il segreto della vera realizzazione del ministero sacerdotale e della vita di ogni cristiano. La preghiera, il digiuno e la carità sono le tre scelte che caratterizzano il cammino quaresimale. Il digiuno, probabilmente, esprime maggiormente il valore del sacrificio, perché implica sempre una rinuncia. Il digiuno, inteso come privazione di un cibo, è una scelta che può essere fatta non solo per mantenere in equilibrio il corpo, spesso soggetto a sovrappeso o ad altre disfunzioni causate da una alimentazione non corretta, ma anche come mezzo per vincere le proprie passioni, dominare l’istinto e vivere con più efficacia la propria e personale vocazione. Come ogni comportamento umano sorto dall’istinto, quello alimentare trascende nell’uomo il semplice registro del soddisfacimento istintivo, rivestendo la dimensione affettiva che si esprime nella capacità di amare, di vivere e crescere nella relazione con il Signore, con le persone, con il creato. 

Il dominio dell’istinto

A livello affettivo l’esperienza del digiuno aiuta la persona a dominare l’istinto aiutando a vincere la tentazione, sempre latente, del potere, del prestigio e del possesso, rafforzando la volontà, rendendo capaci di scelte coraggiose che nel sacerdote, chiamato a essere guida della comunità, possono diventare «profezia» di uno stile di vita aderente all’annuncio del Vangelo. Essere profeta di semplicità e di sobrietà in una società dove ciò che conta è l’apparire, dove si ricerca a tutti i costi il capo di abbigliamento di marca, dove ci si indebita per l’auto sempre più «Suv», stipulando rateizzazioni pazzesche pur di avere qualcosa che faccia sentire «grandi». 

Aiutare la comunità

Essere profeta di uno stile evangelico significa quindi aiutare – con la propria testimonianza – la comunità e le famiglie ad assumere uno stile educativo che trasmetta il vero senso della solidarietà: «I genitori con il loro esempio e il loro insegnamento avranno cura di suscitare delicatamente nei propri figli il senso della solidarietà. Così, fin dall’infanzia, ciascuno è chiamato a fare l’esperienza della privazione e del digiuno al fine di forgiare il proprio carattere e dominare i propri istinti, in particolare quello di possedere solo per sé. «Quanto si recepisce nella vita familiare dura per tutta l’esistenza». (San Giovanni Paolo II, Messaggio Quaresima 1994). Vivere il cammino quaresimale e il digiuno, come «profezia» di sobrietà e di solidarietà, diventa sicuramente per il sacerdote, una scelta che testimonia il valore di ogni sacrificio vissuto per amore.

Gabriele IiritiPresidente Istituto diocesano sostentamento clero (Articolo apparso su Kalaritana Avvenire del 29 marzo)

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